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Canto I – Inferno – Divina Commedia

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Canto I – Inferno – Divina Commedia


Canto I

ANALISI

Il canto I dell’Inferno ha funzione dì prologo, introducendo non solo la prima cantica ma l’intero poema. Vi si espongono le premesse e le ragioni del viag­gio che sta per compiersi nell’oltretomba; vi si presentano il protagonista (Dante) e la sua guida (Virgilio); vi si costruiscono i punti di riferimento allegorici all’in­terno dei quali si muoverà la Commedia.

La narrazione è condotta con esattezza realistica: nulla è impreciso. Il poema si apre con ben definiti riferimenti temporali (è la primavera dell’anno 1300), spa­ziali (Dante è smarrito in una selva buia), morali (la via dritta della salvezza è perduta). Per il significato di questi riferimenti, si consideri sùbito, e si tenga poi sempre presente, che la narrazione è duplice in due sensi: 1) agli oggetti e ai fatti reali corrisponde un significato allegorico; 2) l’esperienza individuale di Dante si offre come modello di redenzione dal peccato per l’intera umanità. Ma si consideri anche che l’aspetto realistico e particolare (persino biografico) della narrazione ha una sua autonoma importanza, non solo estetica ma di significato: i vari piani dell’opera non si escludono ma si integrano a vicenda.

SINTESI



In un momento di ottenebramento della coscienza, Dante si è smarrito in una selva (peccato e turbamento morale) perdendo la strada giusta. La vista di un colle illuminato dal sole gli infonde speranza ma, appena si accinge a salirvi, tre bestie feroci gli impediscono di procedere: la lonza, il leone, la lupa; esse rappre­sentano allegoricamente altrettanti ostacoli al raggiungimento della salvezza indi­viduale e del giusto ordinamento civile, cioè, con ogni probabilità: lussuria (lon­za), superbia (Icone), cupidigia (lupa). La lupa in particolare — rappresentante della cupidigia, il più pericoloso e diffuso dei vizi — respinge indietro Dante verso la selva, minacciandolo. In quel momento appare l’ombra del poeta latino Virgilio (modello, agli occhi di Dante, di poesia e di sapienza), cui egli chiede soccorso. Virgilio si offre di guidarlo fuori della selva, fino al colle, immagine allegorica del vivere virtuoso; ma una via diretta è impossibile a causa della lupa. In un linguaggio profetico volutamente oscuro Virgilio annuncia che verrà un giorno ad ucciderla un veltro, in cui è delineata la persona (non identificabile con sicurez­za) di un riformatore politico e religioso. Fino ad allora è necessaria una via più lunga, attraverso la selva, nell’Inferno e poi attraverso il Purgatorio, affinchè la diretta visione delle conseguenze del peccato purifichi Dante e lo renda degno di entrare in Paradiso. Qui però Virgilio non potrà accompagnarlo, in quanto egli è rappresentante di una sapienza e di una civiltà cui manca la conoscenza del Dio cristiano; lo guiderà un’anima più degna, per ora non nominata. Il canto si chiude con l’inizio del cammino.

CRITICA

Dante utilizza ampiamente i modelli della contemporanea letteratura didascali­ca e religiosa, ma arricchendoli di ragioni biografiche e soprattutto etico-politiche di grande respiro.

Inoltre è costante il riferimento sia ai testi «pagani» della letteratura latina (specialmente l’Eneide di Virgilio), sia ai testi sacri della tradizione ebraico-cristiana (la Bibbia in particolare).

Le ragioni della grandezza della Commedia già si possono cogliere in questo canto iniziale: nella vastità del disegno morale, nella altezza delle ragioni religiose e politiche che lo ispirano, nella compenetrazione tra la storia personale dell’auto­re protagonista e quella generale della società umana, nella intensità espressiva e nella ricchezza molteplice del linguaggio e delle forme.



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